Negli ultimi anni ho accettato come tanti il mantra che le relazioni istituzionali dovessero diventare più trasparenti ed evolvere verso l’advocacy, affiancando quindi all’attività di lobby, un’attività sempre più esplicita di comunicazione e – nella contemporaneità 3.0 – di campagne di engagement degli stakeholder tramite i social media.
Tuttavia comincio a dubitare che questo assunto debba essere dato per scontato e accettato.
Trovo anzi che spesso sia divenuto un paravento con cui camuffare campagne di public affairs poco efficaci. Mi sbaglio?
In questi giorni ci stiamo accorgendo di quanto sia difficile riuscire a coniugare la transizione verso la sostenibilità ambientale, garantendo una sostenibilità sociale accettabile.
Notizie di questi ultimi giorni ci riportano la chiusura di Bosch in Puglia (leggi qui) e il piano industriale di Magneti Marelli (leggi qui). Parzialmente o direttamente collegati alla transizione verso l’auto elettrica, sappiamo che non saranno pochi gli stabilimenti e i centri di ricerca italiani nella filiera dell’automotive impattati da questo processo, con relative conseguenze sull’occupazione e sul futuro di alcuni settori produttivi.
Senza focalizzarmi però su cause e processi che obbediscono a logiche economiche e geopolitiche più grandi e difficilmente influenzabili, penso che i comunicatori e i professionisti di relazioni pubbliche dovrebbero cominciare a porsi alcune domande e possibilmente darsi anche qualche risposta.
Prima domanda: è corretto continuare a gonfiare la bolla della sostenibilità, inseguendo peraltro ormai una deriva ESG che spinge la finanza a fare greenwashing? Se non ricalibriamo in fretta aspettative e comunicazione, c’è un concreto rischio di ulteriore perdita di fiducia in istituzioni e media (cfr. Edelman Trust Barometer 2022),
Seconda domanda: sappiamo fino a quanto e quando saremo in grado di sacrificare la sostenibilità sociale per la transizione verso la sostenibilità ambientale? Che dal nostro punto di vista significa: c’è stato un ascolto strutturato delle aspettative di tutti gli stakeholder (cittadini e ONG in primis) sulla sostenibilità? Occorre cominciare a prendere in considerazione il punto di vista anche delle fasce più deboli (all’interno dei nostri Paesi sviluppati ma anche di quei Paesi del resto del mondo che non sono allineati al 100% sulla transizione.)
Terzo punto: non avrebbe senso aprire un dibattito pubblico su questi temi, per far conoscere i molteplici aspetti di un processo molto complesso e non così semplice come può sembrare, come la transizione energetica? Questo spazio è una opportunità per i comunicatori e i relatori pubblici.
Concludo esplicitando mio pensiero per evitare fraintendimenti: non credo che ciò che ormai diamo per scontato – la necessità di una transizione verso la sostenibilità ambientale – vada messo in dubbio o negato; credo però che sia necessario affrontare un processo complesso informando, ascoltando e dibattendo pubblicamente, per poterci confrontare con opinioni pubbliche solide e preparate ad affrontare le sfide che inevitabilmente si presenteranno.
I consumi mediatici (le diete mediatiche) dei nostri pubblici dovrebbero essere alla base della programmazione e della costruzione dei nostri piani di relazioni pubbliche, comunicazione ed engagement.
Tuttavia i cambiamenti e le tendenze nell’utilizzo dei media stanno evolvendo drammaticamente da qualche anno a questa parte e, soprattutto chi si occupa di relazioni con i media (l’ufficio stampa), dovrebbe essere in grado di utilizzare un approccio molto flessibile e in grado di recepire le mutate abitudini. Se assumiamo che sia ancora utile gestire le relazioni tramite i mezzi di comunicazione tradizionali (oltre ovviamente ai social e alla messaggistica) integrandoli in un media-mix complesso e continuativo, dovremmo però fare un serio ragionamento su quanto il processo di formazione dell’opinione pubblica sia ancora monitorabile o venga dato per scontato da assunti tardo-novecenteschi. La domanda chiave è: Come si forma l’opinione pubblica, o meglio come si formano le opinione pubbliche?
I dati di Datamedia Hub su I consumi Mediatici degli Italiani dal 2007 al 2021ci forniscono un’interessante e inevitabile spunto di riflessione, anche se non definitivo:
DataMediaHub guidato dall’ottimo Pier Luca Santoro, è un gruppo di professionisti con anni di esperienza nel giornalismo, nella comunicazione e nel marketing, nel design grafico e nelle ricerche di mercato in grado di offrire un servizio completo tailor made su tutta l’area della comunicazione d’impresa e del marketing.
Alcune strategie di distrazione (dead cat in gergo) di massa sono più efficaci di altre. Dalla rivista di CIPR Influence Magazine: “Shock continui, come ben sa qualsiasi appassionato di film horror, possono perdere il loro impatto. È una tecnica che può essere facilmente contrastata.”
“There is one thing that is absolutely certain about throwing a dead cat on the dining room table – and I don’t mean that people will be outraged, alarmed, disgusted. That is true, but irrelevant. The key point, says my Australian friend, is that everyone will shout “Jeez, mate, there’s a dead cat on the table!”; in other words, they will be talking about the dead cat, the thing you want them to talk about, and they will not be talking about the issue that has been causing you so much grief.”
So, in campaigning terms a dead cat can be effective. In the heat of an ongoing government crisis, it can look like a short-term panic measure, adds to cynicism, and does nothing to solve the real crisis at hand. It becomes too easy to see ‘dead cats’ everywhere (vai all‘articolo originale)
Ho deciso di scrivere un testo dedicato agli studenti intitolandolo
#PASSIONE COMUNICAZIONE. Introduzione alle relazioni pubbliche e alla comunicazione strategica.
Il testo presenta allo studente di Comunicazione d’impresa un approccio strutturato alla definizione del piano di comunicazione strategica e relazioni pubbliche di un’organizzazione.
Tramite la descrizione attualizzata del metodo Gorel (il cosiddetto Governo delle Relazioni) e con l’ausilio di numerose case histories, #PassioneComunicazione è una vera e propria guida pratica per studenti e laureandi con approfondimenti sulla comunicazione di crisi, sulla comunicazione responsabile e sulla nuova figura del “tessitore sociale”.
Come ogni anno è stato pubblicato da Buzzoole un breve report sui trend dell’influencer marketing previsti. “Live Shopping, Metaverso, NFT, Avatar, Creator Economy sono alcuni dei fenomeni che vanno compresi oggi perché cambieranno inevitabilmente il modo di stare sul mercato di brand e creator.”
Alcuni trends:
Creatività/Originalità
Creator Economy
NFT
Live Shopping
Nuovi Territori
Influencer Marketing Technology
Il prossimo anno l’Influencer Marketing continuerà a subire delle profonde trasformazioni dettate dalla contaminazione sempre più stretta con le innovazioni tecnologiche. I creator continueranno a crescere in numero e a specializzarsi in nicchie di attività. Le aziende cercheranno di padroneggiare i nuovi territori del web e le opportunità aperte dalla trasformazione dei social in veri e propri centri commerciali.
Buone pratiche e consigli di sopravvivenza in un mondo in cui la sostenibilità è diventata “il nostro pane quotidiano”
Il comunicatore ambientale in azienda non esiste oggi e forse mai esisterà: è un po’ una figura mitologica. Al contrario, la comunicazione ambientale diventa centrale per qualsiasi organizzazione e necessita di specifici “attrezzi del mestiere”. Ci affacciamo, infatti, su un mondo in cui tutti, ma proprio tutti i comunicatori dovranno avere competenze ambientali, conoscere in profondità e interpretare la crisi climatica e l’abc dell’economia circolare, oltre a essere in grado di scrivere progetti che corrispondano a finanziamenti, opportunità, bandi, già oggi sempre più orientati alla green economy.
Insomma, uno, nessuno e centomila: è questo il comunicatore ambientale. E a questa figura un po’ ubiqua ma in rapida diffusione è dedicato il decalogo che segue. Sapremo comunicare e raccontare il profondo cambiamento della società? Saremo in grado di spiegare e motivare avvenimenti (e sconvolgimenti) della transizione ecologica all’opinione pubblica? Riusciremo a trovare una narrazione convincente, che faccia presa sull’immaginario comune? Il decalogo della comunicazione ambientale riunisce dieci buone pratiche e “consigli di sopravvivenza” per la comunicazione del mondo che verrà.
What do we need to elevate the profession? That means, for example, to be recognized as a C-Suite function.
The profession must grow laterally, to incorporate aspects of supply chain advisory (Sustainability), of Diversity and Inclusion (HR), of ESG (Finance). We are the conductors of the symphony.
(Richard Edelman)
Incollo di seguito un pezzo di traduzione dell’interessante intervista di Josè Manuel Velasco – past chair di Global Alliance – a Richard Edelman.
Nell’ambito del Global PR & Communications Month, la serie Deep Talks with Global Public Relations Leaders è lieta di avere come primo intervistato Richard Edelman #PRCommsMonth
Ho incontrato Richard Edelman per la prima volta a Madrid nel febbraio 2017. È stato proprio lui l’ispirazione per il primo summit etico della professione organizzato dalla Global Alliance for Public Relations and Communication Management. Stavamo rispondendo alla sua richiesta di riarmo morale dopo lo scandalo che ha coinvolto l’agenzia Bell Pottinger. Il suo impegno per l’integrità professionale è evidente in molte delle frasi che ci fornisce durante questa intervista, tra le altre che “l’essenza delle pubbliche relazioni deve essere la trasparenza sulla fonte di finanziamento, sull’obiettivo e sul pubblico”.
Richard è un leader del settore delle relazioni pubbliche non solo per aver gestito la più grande agenzia del mondo, ma soprattutto per aver condiviso i suoi pensieri. È un lusso iniziare con lui questa serie di interviste ai leader mondiali del settore delle relazioni pubbliche e della comunicazione, con l’obiettivo di nutrirci di idee che contribuiscano a elevare questa professione, più che mai necessaria per affrontare le sfide affrontate da organizzazioni nel secolo della digitalizzazione.
José Manuel Velasco (JMV): Hai un forte background familiare nel settore delle pubbliche relazioni. Ma perché sei diventato un professionista delle pubbliche relazioni?
Richard Edelman (RE): Sono cresciuto con l’azienda. Mio padre portava clienti a cena, da Charlie Lubin, il fondatore di Sara Lee Bakery, al re dei popcorn Orville Redenbacher. Ma sarei diventato un uomo d’affari o un politico. Sono entrato nelle RP perché mio padre non voleva vendere l’azienda a DDB Advertising nel 1978. Eccomi qua 43 anni dopo.
JMV: Potresti condividere un racconto o un aneddoto relativo alla tua vocazione?
RE: Abbiamo dato un suggerimento al CEO di Unilever US Fabian Garcia nei giorni più bui del COVID-19: organizzare una giornata di servizio, in cui le persone di Unilever donassero tutta la produzione delle fabbriche a coloro che hanno fame e bisogno. L’abbiamo organizzato in otto settimane, con partner di vendita al dettaglio e organizzazioni di soccorso. Sogna in grande e rendi concreti i tuoi sogni.
JMV: Cosa ti dà la professione di RP?
RE: Le RP mi hanno consentito il matrimonio delle mie due passioni, affari e public policy. Possiamo apportare cambiamenti sostanziali nel mondo guadagnando il sostegno pubblico.
JMV: Per favore, definisci lo scopo della professione di RP.
RE: Dobbiamo fornire informazioni di alta qualità che consentano alle persone di prendere decisioni corrette. La verità è al centro di ciò che facciamo.
JMV: In alcuni paesi chiamiamo la funzione “comunicazione”; in altri, “pubbliche relazioni”. Vedete differenze o entrambi sono lo stesso lavoro?
RE: Considero la comunicazione parte del processo di PR. Dobbiamo essere prima strateghi e consiglieri, poi comunicare.
JMV: Come dovremmo affrontare l’etica nella comunicazione?
RE: L’essenza delle RP deve essere la trasparenza sulla fonte di finanziamento, sull’obiettivo e sul pubblico.
Due dati appaiono piuttosto evidenti dai risultati di queste elezioni:
Elevato astensionismo, diffuso in tutt’Italia e in centro maggiori e minori
Scadente performance di Lega e M5S
Credo che entrambi abbiano a che fare con temi di comunicazione (politica) e reazioni pubbliche.
Da un lato c’è un evidente e progressivo disamoramento nei confronti della politica e un disincanto quasi rassegnato, che credo possa essere spiegato in parte dal crollo di fiducia nei politici e in parte dall’incapacità di creare uno slancio ‘positivo’ verso la politica.
Dall’altro i partiti e i leader politici sembrano comportarsi sempre più come oggetti di consumo seguendo quasi pedissequamente la curva del ciclo di vita dei prodotti, con una velocità iperaccelerata (4-5 anni). Pensiamo a Salvini e ai 5S, ma anche ai casi di Renzi e Berlusconi prima. Non è che ciò possa essere parzialmente collegato alla sovraesposizione mediatica e quindi alla loro quasi-mutazione in prodotti di entartainment?
In entrambi i casi mi sembra ci siano ampi spazi per chi sia in grado di praticare una comunicazione responsabile e una più profonda attività di relazioni pubbliche.