Questo post lo rubo integralmente ad Anne Gregory [🙏🙏🙏]:
Due letture questa settimana sono state davvero utili. “Augmenting Public Relations” di David Phillips è un libro abbastanza breve e di facile lettura su come le tecnologie utilizzate nelle PR vengono potenziate dall’intelligenza artificiale. Copre la gamma che va dalla descrizione di cosa sia l’intelligenza artificiale e di come funziona fino al modo in cui si sta sviluppando il suo ecosistema. Continua trattando gli strumenti di intelligenza artificiale e il modo in cui stanno trasformando le pratiche di pubbliche relazioni in aree quali il monitoraggio dei media, la previsione delle crisi, la creazione di contenuti di tutti i tipi e la modellazione delle parti interessate. David ci offre uno sguardo al futuro immediato con le innovazioni cerebrali e informatiche e lo sviluppo di Super App. Grande domanda: cosa succede quando tutte queste cose si collegano? Quindi anche l’etica ha un ruolo importante.
David confessa di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per aiutare a scrivere il libro, altrimenti sarebbe stato obsoleto prima della pubblicazione, ma rimane senza dubbio “David”. Ha uno stile eccentrico e contorto che trovo molto leggibile. Un’ottima introduzione all’intelligenza artificiale e al suo impatto sulle pubbliche relazioni. Altro da lui su
La seconda lettura è stata molto diversa. Nella nuova edizione del Journal of Dialogue Studies è uscito un numero speciale dal titolo “Le possibilità e i limiti del dialogo in un mondo di populismi politici”. Coprendo una serie di argomenti, dall’uso del linguaggio della guerra da parte di Donal Trump nella sua campagna politica, all’uso della nostalgia nazionale nel populismo, ai populismi e alla religione. L’ho trovata una lettura affascinante, e non solo perché ero uno degli editori!
Tanti stimoli per la comunicazione responsabile sono generati dal recente dibattito sullo strapotere delle grandi piattaforme digitali, le opinioni su fact checking, disinformazione e misinformazione.
È di recente uscito su Lancet (Volume 405, Issue 10474, January 18, 2025) come editoriale il pezzo Health in the age of disinformation che, insieme al recente annuncio di Facebook sulla chiusura del fact checking, ha contribuito a generare una qualche forma di dibattito anche sui media nostrani. Non ancora abbastanza, tuttavia, rispetto ad alcuni temi fondamentali per la comunicazione, le relazioni pubbliche e l’informazione.
TEMI EMERGENTI
Ne scorgo almeno tre che si intersecano e che dovrebbero interessarci come comunicatori e professionisti di relazioni pubbliche:
il primo è la sfida epocale del disordine informativo che sta investendo l’intero globo e che minaccia le democrazie e la fiducia in esse;
il secondo è lo stra-potere sull’accesso all’informazione esercitato dalle grandi piattaforme digitali, social network, messaggistica, ricerca online e IA generativa;
il terzo è la reciproca influenza tra nuovo corso americano, economia e piattaforme digitali, che crea un evidente rischio di corto circuito tra advocacy-lobby, consenso elettorale e decisioni politiche.
Mentre chiederei ad altri colleghi di intervenire sul secondo e terzo tema, provo a offrire un piccolo contributo sul primo, il disordine informativo, che ha direttamente a che fare con la nostra ambizione di fare comunicazione responsabile, in particolare nell’ambito della salute pubblica.
DISORDINE INFORMATIVO
Come già riconosciuto il disordine informativo può essere suddiviso in tre grandi aree (cfr. Valigia Blu):
disinformation (disinformazione)
misinformation (misinformazione)
malinformation (mal-informazione)
La disinformazione consiste nella creazione di contenuti intenzionalmente falsi con l’obiettivo di causare un danno a una persona, a un gruppo o a una causa sociale. Può essere motivata da vari fattori: per guadagnare soldi, per creare pressione politica (nel proprio paese o all’estero) oppure semplicemente per il gusto di causare problemi e generare confusione.
Quando la disinformazione viene diffusa sui social network spesso può convertirsi in ‘misinformation’: si realizza quindi nei casi in cui il contenuto disinformativo viene condiviso da una persona che non è consapevole che esso sia falso o ingannevole.
Infine abbiamo la malinformation più complessa da tradurre in italiano, ma che può esser ricondotta a un’informazione vera condivisa con l’obiettivo di causare un danno (Valigia Blu fa l’esempio dell’hackeraggio email di Hillary Clinton per danneggiarne la reputazione in campagna elettorale).
LA SALUTE PUBBLICA A RISCHIO
L’editoriale di Lancet afferma che “Le informazioni errate sulla salute (dati falsi o fuorvianti condivisi involontariamente) e la disinformazione (informazioni deliberatamente ingannevoli) non sono nuove, ma la pandemia di COVID-19 ha segnato un punto di svolta. Il senso di ansia e urgenza, unito all’aumento dell’uso dei social media e alle interpretazioni politicamente cariche della pandemia, ha favorito la diffusione di una serie di affermazioni fuorvianti sul virus e sulle contromisure mediche.”
Già da prima il fenomeno aveva coinvolto l’ambito della salute, che rimane uno dei più rilevanti perché colpisce direttamente le persone nel bene primario e di conseguenza anche la fiducia che la cittadinanza ha nei confronti delle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Non è un caso che le campagne di disinformazione provengano da Paesi e da gruppi di interesse che vogliono minare la fiducia nei sistemi democratici. Cito da Lancet: “Le informazioni errate sulla salute sono state usate come propaganda, sfruttando la paura, minando la fiducia pubblica e ostacolando l’azione collettiva nei momenti critici. Oggi, i contenuti fuorvianti sui social media permeano le informazioni sulla prevenzione e il trattamento del cancro; possono portare i pazienti ad abbandonare trattamenti basati sull’evidenza a favore di alternative sostenute dagli influencer; sminuiscono la gravità delle condizioni di salute mentale; e promuovono integratori non regolamentati che affermano di funzionare per tutto, dalla perdita di peso alla reversibilità dell’invecchiamento. La disinformazione è diventata uno strumento deliberato per attaccare e screditare scienziati e professionisti della salute per guadagni politici. Gli effetti sono distruttivi e dannosi per la salute pubblica.”
Pfizer ha lanciato in Italia il progetto A DIRE IL VERO proprio per contrastare gli effetti dannosi del disordine informativo in ambito salute e chi vuole può approfondirlo qui https://www.pfizer.it/iniziative/a-dire-il-vero.
Il progetto si focalizza sul pre-bunking, ossia l’educazione degli stakeholder ad una media literacy in ambito salute per prevenire la diffusione di fake news.
IL RUOLO CHIAVE DEI FACT CHEKERS E DEI DEBUNKERS
Sono profondamente convinto che l’unico argine agli effetti devastanti di questo fenomeno globale sia una maggior consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche su come funzionano i media, quali siano le fonti affidabili, come si possano individuare fake news e simili.
Quindi un’educazione a monte non solo per i fruitori dell’informazione ma anche per gli operatori dell’informazione. Penso in particolare ai comunicatori di salute e ai giornalisti di cronaca delle testate di provincia. I primi che come comunicatori del sistema salute hanno un’enorme responsabilità e sono produttori di grandi volumi di informazione su temi non semplici; i secondi (i giornalisti delle testate locali) che spesso debbono trattare argomenti di ogni tipo e quando si trovano davanti a temi medico-scientifici hanno legittimi problemi nell’interpretare materie oggettivamente molto complesse e attaccate da disinformatori professionisti. Lo stesso può dirsi anche per altre materie come il cambiamento climatico e i disastri naturali, l’economia e la geopolitica.
È qui che il ruolo di fact checkers e debunkers diventa fondamentale. Non tanto nell’offrire informazioni per l’opinione pubblica e le grandi masse di lettori, quanto per il ruolo di intermediari e fonti secondarie per i comunicatori, gli opinion leader e i giornalisti. Il ruolo prezioso di fact checkers e debunkers consiste proprio nell’offrire agli operatori dell’informazione e della comunicazione un filtro piuttosto affidabile, semplice e veloce da fruire a coloro che producono informazione.
E quindi per me il ruolo chiave del fact checking (in ambito salute) non sarà tanto quello di censurare le conversazioni online (dove, come afferma il professor Quattrociocchi sul Corriere, prevale la forma dell’intrattenimento e ci si chiude in echo-chambers), ma quello di fungere da fonti preziose per gli operatori che producono notizie e informazioni, come appunto giornalisti e comunicatori di salute.
L’opinione di Lancet è che: “La disinformazione e la misinformazione non possono più essere considerate semplicemente un fastidio accademico, ma piuttosto una minaccia per la società. Solo se riconosciamo questa minaccia e agiamo in modo proporzionato possiamo rispondere al pericolo e combattere la marea di disinformazione e misinformazione che ha il potenziale di minare seriamente la salute pubblica”.
Probabilmente Italia ed Europa già oggi e nel prossimo futuro potranno giocare un ruolo costruttivo e propositivo, se riusciranno a non appiattirsi e a mantenere un approccio responsabile alla comunicazione e all’informazione.
Sebbene le politiche di lavoro da casa (WFH) abbiano migliorato il morale, in particolare tra i lavoratori a distanza, i professionisti della comunicazione interna affermano che queste nuove politiche e pratiche stanno indebolendo la cultura aziendale.
In uno studio congiunto con l’International Association of Business Communicators (IABC), il USC Center for Public Relations ha rilevato che i professionisti della comunicazione interna svolgono un ruolo cruciale nel mantenimento della cultura aziendale mentre le loro organizzazioni affrontano la rivoluzione del lavoro ibrido. I risultati dello studio sono stati presentati in anteprima alla Conferenza Mondiale dell’IABC del mese scorso e pubblicati la scorsa settimana.
Tra i risultati chiave:
L’ibrido è qui per restare. Il 94% dei professionisti intervistati riferisce che le loro aziende hanno politiche ibride in atto, e una percentuale simile ha incluso qualche versione del lavoro da casa nella pianificazione a lungo termine. Nonostante questo cambiamento apparentemente permanente, meno della metà dei datori di lavoro effettua controlli regolari con il personale a distanza e solo il 20% monitora la presenza dei dipendenti in ufficio.
Più felici a casa. Lo studio mostra anche che il morale è considerato buono o molto buono tra i dipendenti ibridi (37%) e da quelli completamente a distanza (41%). In confronto, solo il 18% dei dipendenti in loco sembra essere contento della propria situazione. I dati suggeriscono che le disposizioni di lavoro flessibili contribuiscono a una maggiore soddisfazione dei dipendenti.
Una cultura sfidante. Tuttavia, in questo ambiente lavorativo post-COVID, due terzi degli specialisti della comunicazione riferiscono che mantenere la cultura aziendale è la loro sfida più significativa. Notevolmente, il 37% sente che la cultura della propria azienda si è indebolita sotto i nuovi assetti lavorativi. Il 45% ritiene che i conflitti tra management e personale siano aumentati a causa di disaccordi su promozioni e carichi di lavoro. Molti comunicatori riportano sfide con le loro culture aziendali; quasi quattro su dieci (37%) dicono che la cultura aziendale è più debole a causa di questi cambiamenti sul posto di lavoro.
Happy Hour non lo è. Circa un terzo degli intervistati ha affermato che le politiche di ritorno in ufficio (RTO) della propria azienda erano efficaci, mentre il 70% ha detto che le politiche di lavoro da casa e per i lavoratori a distanza funzionavano. Le relazioni con i colleghi sono state la tattica più frequentemente citata per attirare le persone a tornare in ufficio; solo il 18% ha menzionato gli Happy Hour.
“Questa ‘rivoluzione a distanza’ rappresenta un rischio significativo a lungo termine per le aziende incapaci di adattarsi e un vantaggio competitivo per quelle che ci riescono”, ha detto Fred Cook, direttore del USC Center for Public Relations. “Fairfax Cone, il fondatore della rinomata agenzia pubblicitaria FCB, ha detto famosamente: ‘Il nostro inventario scende con l’ascensore ogni notte.’ Oggi, è più simile a ‘Il nostro inventario scende con l’ascensore due volte a settimana… se siamo fortunati.'”
“Con la supervisione dei lavoratori a distanza che si concentra principalmente sulla supervisione manageriale, i team di comunicazione interna e dei dipendenti sono essenziali per garantire che tutti i lavoratori comprendano e interiorizzino ciò che le organizzazioni rappresentano e i loro valori nel mantenere le loro culture uniche. Questo è un appello a reinventare la comunicazione interna per garantire che le culture aziendali prosperino e che le organizzazioni raggiungano i loro obiettivi.”
Uno studio dell’Università di Lipsia ha indagato la percezione e il posizionamento dei dipartimenti di comunicazione nelle grandi organizzazioni: ampi margini di miglioramento nella percezione e nel posizionamento dei team di corporate communication.
Solo il 50% dei dirigenti e il 36% dei manager intermedi è convinto che il lavoro dei comunicatori li aiuti a svolgere i propri compiti.
Quasi un manager su due dubita che le risorse e i budget spesi per le comunicazioni nella propria azienda siano giustificati.
Secondo il 2024 Edelman Trust Barometer, la fiducia nei confronti dei media e delle istituzioni è in declino a livello globale. Un punto critico è rappresentato dalla percezione che la politica influenzi eccessivamente la scienza, portando a una maggiore polarizzazione e instabilità sociale. Questo è particolarmente problematico in un anno in cui metà della popolazione mondiale può votare per nuovi leader .
Il rapporto evidenzia che le aziende sono l’unica istituzione che gode di un livello di fiducia superiore rispetto ai governi, ai media e alle ONG per quanto riguarda l’introduzione delle innovazioni nella società. Tuttavia, anche la fiducia nelle aziende rimane sotto il 60%. I media, in particolare, sono attivamente sfiduciati, con un alto livello di sospetto riguardo alla loro capacità di comunicare in modo trasparente ed equo .
Dal Digital News Report 2024 del Reuters Institute, emerge che la fiducia nelle notizie digitali è altrettanto fragile. Le persone mostrano una crescente preferenza per le fonti di informazione alternative, come i social media, rispetto alle fonti tradizionali. Tuttavia, questa fiducia è spesso mal riposta, poiché le informazioni sui social media possono essere meno accurate e più inclini a diffondere disinformazione. Il rapporto sottolinea anche un calo della fiducia nelle istituzioni governative per quanto riguarda la regolamentazione e la protezione dei cittadini dalle fake news .
In sintesi, entrambi i rapporti indicano una crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali e nei media, con una crescente necessità di trasparenza, comunicazione efficace e gestione delle innovazioni per ristabilire la fiducia della popolazione .
Trust can be considered an intangible or immaterial capital asset for a company, as it represents the confidence and reliability that stakeholders place in the organization. Some key aspects of trust as an immaterial capital asset include:
Reputation and Brand Value
A company’s reputation and brand value are heavily influenced by the level of trust it has built with customers, partners, and the public.[1][4] High trust translates to stronger brand equity and goodwill, which are valuable intangible assets.
Customer Loyalty
Customers are more likely to remain loyal and continue doing business with a company they trust.[4] This customer loyalty is an immaterial asset that provides a competitive advantage and ensures future revenue streams.
Stakeholder Confidence
Trust from investors, lenders, suppliers, and other stakeholders allows a company to raise capital, secure favorable terms, and maintain beneficial relationships.[1][4] This stakeholder confidence is an invaluable immaterial asset.
Employee Engagement
Employees tend to be more engaged, productive, and committed when they trust the company’s leadership and values.[3] This engaged workforce is an intangible asset that drives performance.
Operational Efficiency
High levels of internal trust within an organization can lead to smoother operations, better communication, and reduced bureaucracy, resulting in improved efficiency.[1][3]
Resilience in Crises
Companies with established trust are more likely to weather crises and scandals with their reputation intact, protecting the value of their intangible assets.[4]
While difficult to quantify precisely, the trust a company has built over time is undoubtedly an immaterial capital asset that contributes significantly to its overall value, competitive position, and long-term success.[1][3][4]
The article titled “Is the Shifting Media Landscape Changing How Consumers Are Being Influenced?” explores the impact of the evolving media landscape on consumer behavior. It discusses how traditional media channels, such as television and print, are being challenged by digital platforms and social media. The article highlights that these changes have led to a shift in how consumers are influenced in their purchasing decisions.
The author emphasizes that consumers are now exposed to a vast amount of information and have access to multiple sources, which has made them more discerning and skeptical. They are no longer solely reliant on traditional advertising and are actively seeking out recommendations and reviews from peers and influencers. This shift has given rise to influencer marketing, where individuals with large online followings promote products and services to their audiences.
The article also discusses the importance of authenticity and transparency in influencer marketing. Consumers are more likely to trust influencers who are genuine and provide honest opinions. Additionally, the article highlights the need for brands to carefully select influencers who align with their values and target audience.
Furthermore, the article touches on the role of user-generated content and the power of online communities in influencing consumer behavior. Consumers are increasingly relying on reviews and recommendations from fellow consumers, which can significantly impact their purchasing decisions.
In conclusion, the article suggests that the shifting media landscape has changed how consumers are influenced. Traditional advertising methods are being supplemented by digital platforms, social media, and influencer marketing. Consumers now have access to more information and are actively seeking out authentic and transparent recommendations from peers and influencers.