Relazioni Pubbliche & Comunicazione Integrata [ai tempi del…]

Da ormai un paio di settimane, tutti i venerdì alle 16 ci incontriamo online per questo appuntamento Relazioni Pubbliche & Comunicazione Integrata [ai tempi del…]

Si tratta di una chiacchierata online con altri professionisti di comunicazione e relazioni pubbliche e una pattuglia di studenti di comunicazione. L’idea è quella di riflettere e confrontarci su quanto stia cambiando la professione in questo periodo. Non per forza si parla di comunicazione di crisi. In generale cerchiamo di parlare di #ComunicazioneResponsabile.

Chi volesse partecipare può inviare una email a biagio.oppi2@unibo.it

Coronavirus. La Caporetto della comunicazione pubblica?

Per riuscire a fermare le persone che non garantivano distanza sociale e in casa l’unico modo sono state le proibizioni e un’applicazione da stato di polizia.

Dimentichiamoci la Gentle Nudge, la spinta gentile, o le raffinate strategie di persuasione. Dimentichiamoci le campagne di comunicazione efficaci o il marketing sociale (o della salute).

Per frenare l’epidemia in Italia sono serviti i DPCM, le ordinanze, i blocchi stradali della polizia, l’esercito in piazza.

Ad una parte (forse minoritaria ma consistente) di italiani non bastavano le raccomandazioni, gli hashtag e le informazioni veicolate da TV/Stampa/social media. L’unico modo sono stati provvedimenti coercitivi. Punto.

La comunicazione pubblica oggi in Italia è servita a fare da contorno, a riempire notiziari e paginate di giornali, ma assai poco nel convincere le persone e nel modificare i comportamenti.

Attenzione: parliamo di un fallimento epocale – epic fail. Forse addirittura a livello globale. Quanti morti avremmo potuto evitare? Quanto stress abbiamo dovuto imporre sul sistema sanitario e sugli operatori, prime vittime dei comportamenti inopportuni?

Si dirà: per cambiare i comportamenti serve più tempo.

Si dirà: si tratta di un evento non conosciuto prima.

Si dirà: siamo un popolo latino, culturalmente diverso dai popoli anglosassoni.

Si dirà: si paga la stupidità di pochi.

L’unica affermazione che in questo momento mi sento di condividere è: i comportamenti della gente non sono guidati dalla ragione, ma principalmente dalle emozioni. Scontato, ma vero. Però mi chiedo perché non vengano allora applicate tecniche di persuasione un po’ più evolute. Perché abbiamo dovuto aspettare le immagini dei reparti di terapia intensiva trasmesse da alcuni programmi TV o gli appelli di medici/infermieri che hanno colpito il nostro inconscio?

Credo che la comunicazione pubblica, e più in generale tutta la comunità dei comunicatori, si debba interrogare sulla sua intrinseca in-efficacia e sulla ingenua presunzione di produrre risultati. Questa volta non li abbiamo visti.

Prendiamo questa worst case history, drammatica per come si sta sviluppando, per interrogarci se non abbia senso costruire un super dipartimento di comunicazione pubblica in grado di affrontare le crisi e le emergenze sanitarie che incontreremo nel futuro.

Dopo Caporetto, c’è Vittorio Veneto. Dopo il terremoto del Friuli è nata la Protezione Civile. Pensiamoci.

 

Crisis Management & Coronavirus: cosa penso della situazione attuale.

Riprendo un commento che ho appena pubblicato su Facebook in un thread di Toni Muzi Falconi e rispetto a una discussione provocata da Luca Poma.

Personalmente credo che sia giusto parlare del problema di come sia stata affrontata questa crisi e individuo due emergenze da affrontare come comunità di comunicatori:

  1. scarsa preparazione del sistema Italia al crisis management;
  2. zero preparazione sul tema specifico delle epidemie.

Da questo punto di vista credo che sia giusto elaborare una proposta costruttiva da parte dell’associazione professionale: per esempio come indicavo via email, potremmo discuterne tra noi in uno spazio riservato sulla intranet Ferpi e poi proporre un libro bianco sul crisis management per eventi catastrofici (disastri ambientali, epidemie, crisi economiche di sistema, ecc.).

Penso anche che interpretiamo differentemente il nostro ruolo:

pur occupandomi principalmente di comunicazione, non riesco a non pensarmi come professionista di relazioni pubbliche.

Quindi, quando affronto temi come le crisi, reclamo un ruolo nella gestione (o nel governo) degli stakeholder; non solo nelle attività di framing del messaggio, nella definizione della narrativa, o nella scelta delle tattiche e degli strumenti; tutte cose sulle quali entro per forza, ma che secondo me vengono successivamente.

Quindi più che alla crisis communication di cui dovremmo essere esperti, vorrei che come Ferpi dessimo un contributo al crisis management. E qui vengo al punto che io vedo come più critico oggi: gli errori di comunicazione che tutti abbiamo notato, sono figli di un’interpretazione (secondo me) del ruolo nostro come mero spin-doctoring o ancor peggio press-agentry. La mascherina di fontana, il contatore dei contagi, la fase di allarme e poi quella di tranquillizzazione, la presenza a tutte le ore del capo del governo e degli altri… mi sembrano un approccio alla Barnum, che va benissimo per fare campagne elettorali e raccogliere consensi di breve periodo, ma sono pessime tattiche inserite in contesti più complicati come l’economia globale e la gestione della salute pubblica (e della schizofrenia collettiva) dove invece serve una gestione delle relazioni con gli stakeholder un po’ più strutturata.

La responsabilità dei comunicatori e dei relatori pubblici ai tempi dell’Infodemia (da Ferpi.it)

Scoppia l’emergenza e come cittadini siamo immersi nell’infodemia, la pandemia informativa che caratterizza ormai tutte le crisi della nostra epoca globalizzata e della nostra società iperconnessa. Dove le reazioni tendono a schiacciare le informazioni, diventando esse stesse le principali fonti informative su cui si sviluppa il dibattito pubblico collettivo. Un dibattito pubblico schizofrenico, caratterizzato da un insopportabile rumore di fondo, da spiegazioni che non spiegano, da esperti che si contraddicono e si attaccano l’uno con l’altro. Sullo sfondo, mentre infuria la pandemia via cavo e wi-fi, ci sono istituzioni e operatori sanitari impegnati ad affrontare l’emergenza sanitaria, sociale ed economica. Ma emergenza e infodemia si fondono, complicano pericolosamente il quadro e richiedono uno sforzo ulteriore e competenze nuove e integrate.

Ebbene, nell’emergenza, oltre ad essere cittadini siamo anche comunicatori e siamo chiamati a offrire le nostre competenze e la nostra professionalità tenendo presente un aspetto cruciale: il dovere di agire in maniera responsabile verso i nostri stakeholder, interni ed esterni, ascoltando le loro aspettative e mettendo in condizione le organizzazioni di gestire al meglio le relazioni e la comunicazione. Saremo soli o avremo a fianco la comunità dei colleghi? Ferpi, come associazione professionale dei professionisti di relazioni pubbliche e della comunicazione, è una comunità che può darci supporto, opportunità di confronto con i colleghi e anche risorse intellettuali per riflettere sulle scelte che dovremo compiere.

Senza star a girare troppo attorno al tema – peraltro non ne abbiamo il tempo – cerchiamo di identificare immediatamente quali sono le nostre responsabilità.

In questi casi è utile cercare un orientamento nei documenti condivisi dalla comunità delle relazioni pubbliche a livello internazionale, per evitare di reinventare la ruota e per orientarci con una bussola precisa. Abbiamo quattro diverse tipologie di responsabilità (cfr. il testo integrale del punto 3 del Melbourne Mandate):

1. sociale, nei confronti delle comunità, territoriali e virtuali di cui facciamo parte;
2. organizzativa, nei confronti delle organizzazioni per le quali lavoriamo;
3. professionale, nei confronti dei colleghi e della comunità professionale;
4. individuale, nei confronti dei nostri amici, cari, followers

In ogni nostro comportamento comunicativo e in ogni nostra scelta professionale dovremo tenere presente che ciò che facciamo ha un impatto su questi quattro livelli e che possiamo influenzarli in maniera proattiva.

Sappiamo già ora che si tratta di una sfida che si esaurirà nel breve periodo: come in tutte le grandi crisi, alla fase acuta seguirà un lungo periodo di recupero. In entrambe queste fasi siamo chiamati a svolgere il nostro dovere cercando di portare valore aggiunto a stakeholder, comunità e colleghi.

Negli anni e nei mesi scorsi abbiamo lavorato su temi simili negli incontri e nelle riflessioni relative alla Carta di Rieti dove sono stati individuati 9 comportamenti responsabili da utilizzare in contesti di crisi naturali. Crediamo che questi possano essere ribaditi e riadattati anche nel contesto dell’attuale crisi, soprattutto nel confronto con i colleghi giornalisti, gli stakeholder più prossimi come i pubblici interni e gli interlocutori primari delle organizzazioni di cui facciamo parte:

  • Agire con responsabilità
  • Ascoltare gli stakeholder
  • Promuovere (per tempo) la cultura della prevenzione
  • Comunicare (con) la scienza
  • Formare alla comunicazione
  • Valorizzare le identità locali
  • Valorizzare il linguaggio
  • Stimolare credibilità e autorevolezza
  • Tutelare le comunità
  • Come comportarci da domani con le comunità in cui siamo insediati? Come comportarci con dipendenti e collaboratori? Come aiutare i nostri leader in azienda?

Non esiste un’unica risposta, ma sicuramente tante diverse soluzioni per casi specifici, che comunque dovranno cercare di tenere a mente la responsabilità che abbiamo nei confronti dei livelli indicati nel Merlbourne Mandate e delle aree di criticità della Carta di Rieti.

Come Ferpi, ad esempio, potremmo cominciare a confrontarci, in maniera costruttiva, attivando un forum sulla nostra intranet con suggerimenti e scambi di best practice.

Non esistono scorciatoie. Proviamo a fare del nostro meglio. Insieme.


Il terzo punto del Melbourne Mandate

Promuovere la responsabilità sociale, organizzativa, individuale e professionale.

L’organizzazione comunicativa comprende che la responsabilità scaturisce da due principi fondamentali:

1. La licenza di operare dell’organizzazione scaturisce dal valore che essa crea per tutti i suoi stakeholder e per la società in senso più ampio.
2. Il valore di un’organizzazione è legato direttamente alla sua reputazione, che a sua volta dipende dalla creazionedi fiducia, dall’azione integra e dall’essere trasparenti circa la strategia dell’organizzazione, il suo funzionamento, l’utilizzo delle risorse e i risultati.

Le Relazioni Pubbliche e i professionisti della comunicazione hanno il mandato di:

– Dimostrare responsabilità sociale:

1. Creando e sostenendo processi trasparenti – aperti, onesti e accessibili – e una comunicazione credibile che considerino sia l’interesse pubblico, sia i bisogni organizzativi
2. Sostenendo le strategie di sostenibilità delle comunità da cui l’organizzazione trae le risorse e la licenza di operare.
3. Garantendo che la comunicazione per conto dei datori di lavoro, dei clienti e dei marchi non sopravvaluti il valore dei prodotti e dei servizi, tali da falsare le aspettative dei consumatori e delle altre parti interessate.
4. Definendo i parametri rispetto ai quali il contributo alla società può essere misurato e migliorato. Copyright

– Dimostrare responsabilità organizzativa:

1. Fornendo ai leader consulenza strategica nell’ambito delle relazioni pubbliche e della comunicazione per assicurare decisioni e azioni responsabili.
2. Cercando di allineare gli interessi degli stakeholder interni ed esterni, nonché di garantire che i valori e le azioni dell’organizzazione soddisfino le aspettative della società.
3. Influenzando e dando un contributo alle strategie di sostenibilità dell’organizzazione.
4. Rafforzando una cultura organizzativa di miglioramento tramite il coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni per un dialogo significativo e un cambiamento positivo.
5. Definendo parametri rispetto ai quali valutare e migliorare il contributo delle strategie di relazione e di comunicazione al raggiungimento degli obiettivi organizzativi.

– Dimostrare responsabilità professionale:

1. Conoscendo, rispettando e operando in conformità ai relativi codici di etica professionale

2. Comunicando gli standard professionali che guidano le relazioni pubbliche e la comunicazione agli stakeholder interni ed esterni

3. Assicurando la conservazione e lo sviluppo di competenze tramite iniziative di apprendimento continuo per svolgere il proprio compito in modo responsabile ed efficace.

– Dimostrare responsabilità personale:

1. Assicurando che la propria comunicazione personale sia sempre veritiera e che le azioni personali riflettano l’impegno alla correttezza e la creazione di benefici reciproci anche nel lungo termine.

2. Identificando e apprezzando le differenze tra i propri valori personali e quelli degli stakeholder e delle comunità dell’organizzazione, in linea con le aspettative della società.

3. Assumendosi la responsabilità per gli standard professionali che guidano decisioni e azioni nel quotidiano.

4. Essendo disposti a prendere decisioni difficili – comprendendone le conseguenze – quando le circostanze, la società o l’organizzazione creino le condizioni che impediscono o contraddicono i propri standard professionali individuali.

5. Essendo responsabili delle proprie decisioni e azioni.

Carpe Diem [Trote Gnam!]. Febbraio Primo Mese dell’Etica nelle Relazioni Pubbliche.

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Global Alliance ha designato febbraio 2020 come il primo mese dell’Etica nelle Relazioni Pubbliche.

Non è un argomento facile né ritenuto molto interessante da tanti colleghi. In realtà è proprio la dimensione dell’Etica (che io definirei in maniera più laica Responsabilità) che oggi può permetterci di fare la differenza con i tanti che praticano la comunicazione irresponsabilmente.

Si tratta di quella Responsabilità, ben chiarita nel Melbourne Mandate, nei confronti di noi stessi, dell’organizzazione per cui lavoriamo, della comunità professionale e della società in senso più ampio.

Una responsabilità multidimensionale che spesso ci pone di fronte a dilemmi (etici) professionali, ma che ci richiama anche a confrontarci con i nostri stakeholder per discuterne e parlarne.

Mi piacerebbe da questo punto di vista che il tema della #ComunicazioneResponsabile (o meglio ancora delle #RPResponsabili) venisse discusso. Credo ad esempio che mai come oggi sia sotto gli occhi di tutti quanto possa divenire centrale nella gestione di una crisi come quella legata al CoronaVirus, dove a causa di una gestione irresponsabile assistiamo a:

  • gestione della crisi tardiva e diffusione dell’epidemia;
  • colpevolizzazione del popolo cinese e quindi razzismo e xenofobia;
  • scarsa informazione nell’opinione pubblica, anche provocata da una comunicazione delle organizzazioni medico-scientifiche non abbastanza efficaci.

Siccome crisi (pandemie/epidemie) come quella di oggi, è presumibile che accadano sempre più di frequente, è bene che si definiscano linee guida e comportamenti responsabili. Cogliamo l’opportunità offerta dal mese dell’Etica nelle RP per mettere al centro il tema. In questo senso non posso non riproporre ai colleghi la Carta di Rieti, che indica appunto 9 aree di riflessione nella comunicazione in caso di disastri naturale, ma che ben si adattano anche nel caso di epidemie.

2020-2030: il decennio della CSR?

Nell’ultimo webinar degli International Ferpi Talks, Capitalism under fire: is CSR an answer? con John Paluszek (si può visualizzare da questo link) abbiamo potuto ascoltare alcune riflessioni particolarmente interessanti.

Riassumendo le principali:

  • il capitalismo è sotto attacco, forse la CSR può aiutare a modificare il sistema capitalistico introducendo maggiore attenzione agli stakeholder e all’ambiente;
  • negli US i fondi di investimenti etici chiedono alle aziende KPI sempre più precisi dal punto di vista della CSR, per poter valutare attentamente il ritorno sull’investimento;
  • le organizzazioni e i brand stanno diventando sempre più “attivisti” perché  dipendenti e altri stakeholder chiave esigono impegno su temi quali ambiente, diritti civili, trasparenza, ecc.

Il decennio che comincia oggi vedrà affermarsi la visione stakeholder-centrica della CSR nelle organizzazioni? Le Relazioni Pubbliche sapranno intercettare ed eventualmente accelerare questo processo?

Comm To Action: una bella esperienza di comunicazione per studenti e neolaureati

Comm To Action si è formato un paio di anni fa al corso di Comunicazione d’Impresa che Logo socialtenevo all’interno del Corso di Scienze della Comunicazione dell’Università di Bologna.

Si tratta di un gruppo di lavoro di studenti, laureandi, ex-studenti laureati in Comunicazione d’Impresa che hanno voluto mettere in pratica le teorie che avevano potuto ascoltare alle lezioni.

Grazie al supporto di alcuni professionisti, i cosiddetti mentors, il gruppo ha la possibilità di confrontarsi con case histories reali e sperimentare campagne vere e proprie.

Da un paio di settimane, sotto il coordinamento di Stefano Martello, si è costituita una vera e propria redazione che pubblica e dissemina contenuti di relazioni pubbliche, comunicazione e aree affini. Un layout grafico rinnovato (made in StudioKiro) e un piano editoriale ben programmato stanno posizionando Comm To Action come uno dei gruppi di lavoro più interessanti a livello universitario.

Per contattare il gruppo basta scrivere una mail o connettersi tramite i profili social.

Ascolto, la chiave per negoziare

Jack Cambria è un ex poliziotto, italo-americano 64enne di Brooklyn, pluridecorato ed ex comandante della squadra di negoziazione ostaggi della Polizia di New York).

Cambria ha scritto Parliamone (Roi Edizioni, 192 pagine, 19 euro) in cui ripercorre la sua vita professionale indicando l’ASCOLTO come strumento chiave per negoziare:

È il cuore del libro. Lei dice: «Parliamone». Perché? 
«Che senso ha fare il negoziatore se parli tu e non chi minaccia di suicidarsi o di fare del male?».

Per questo lei teorizza la regola dell’80-20. 
«Esatto. Un buon negoziatore — sia esso di una squadra speciale della polizia o un capo azienda — deve ascoltare per l’80% del tempo e parlare per il restante 20%. Solo così può capire cosa succede alla persona che ha davanti, solo così può guadagnarsi la fiducia e fargli cambiare idea».

Lei scrive che meno del 2% delle persone sono educate all’ascolto… 
«L’ascolto è una cosa che si impara, che richiede uno sforzo quotidiano, che implica un coinvolgimento partecipato mentre l’altro ti parla».

The Technoskeptic sullo #SpazioPubblico

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Cover of Summer 2019 Issue #3 The Technoskeptic

Qualche settimana fa, mentre scartabellavo tra le riviste esposte nella mitica City Lights, la libreria (e casa editrice) fondata da Lawrence Ferlinghetti, alla ricerca di AdBuster, tra un Jacobin e Z-Magazine, mi sono imbattuto in una testata intrigante, The Technoskeptic.

L’ho comprata, insieme alle altre, per rinfrescarmi un po’ il gulliver e confrontarmi con le idee che circolano dall’altra parte dell’Atlantico, e rinvigorire un po’ il mio critical thinking.

Si tratta di riviste (e spesso fondazioni) che riflettono punti di vista dell’area ‘radicale’ nordamericana.

Il numero che ho comprato [#3 Summer 2019] presenta un bel reportage del giornalista e autore Mo Lotman: States of Distraction, a national survey of device use in public, che mi sta facendo parecchio riflettere sull’impatto che l’abuso dei digital device e la dipendenza da app possono avere sullo Spazio Pubblico.

“We need only consider how the smartphone has led to the shattering of three major qualities of public space: attention, presence and consideration.”

Un tema che ha a che fare con la ComunicazioneResponsabile e con il ruolo che le relazioni pubbliche potrebbero svolgere nel riprendersi lo spazio pubblico, nel ricostruire le comunità e nel riprodurre capitale socialec.

In chiusura la recensione e un estratto di “The Age of Surveillance Capitalism: the Fight for a Human Future at the New Frontier of Power” di Shoshana Zuboff.

Il numero autunnale, #4 di The Technoskeptic è appena stato pubblicato.

Da leggere se interessati alla mission di questa piattaforma di informazione:

The Technoskeptic offers intelligent technology criticism. Our mission is to promote awareness, critical thinking, and social change around the use and impact of technology on society and the environment.