Uno studio dell’Università di Lipsia ha indagato la percezione e il posizionamento dei dipartimenti di comunicazione nelle grandi organizzazioni: ampi margini di miglioramento nella percezione e nel posizionamento dei team di corporate communication.
Solo il 50% dei dirigenti e il 36% dei manager intermedi è convinto che il lavoro dei comunicatori li aiuti a svolgere i propri compiti.
Quasi un manager su due dubita che le risorse e i budget spesi per le comunicazioni nella propria azienda siano giustificati.
Secondo il 2024 Edelman Trust Barometer, la fiducia nei confronti dei media e delle istituzioni è in declino a livello globale. Un punto critico è rappresentato dalla percezione che la politica influenzi eccessivamente la scienza, portando a una maggiore polarizzazione e instabilità sociale. Questo è particolarmente problematico in un anno in cui metà della popolazione mondiale può votare per nuovi leader .
Il rapporto evidenzia che le aziende sono l’unica istituzione che gode di un livello di fiducia superiore rispetto ai governi, ai media e alle ONG per quanto riguarda l’introduzione delle innovazioni nella società. Tuttavia, anche la fiducia nelle aziende rimane sotto il 60%. I media, in particolare, sono attivamente sfiduciati, con un alto livello di sospetto riguardo alla loro capacità di comunicare in modo trasparente ed equo .
Dal Digital News Report 2024 del Reuters Institute, emerge che la fiducia nelle notizie digitali è altrettanto fragile. Le persone mostrano una crescente preferenza per le fonti di informazione alternative, come i social media, rispetto alle fonti tradizionali. Tuttavia, questa fiducia è spesso mal riposta, poiché le informazioni sui social media possono essere meno accurate e più inclini a diffondere disinformazione. Il rapporto sottolinea anche un calo della fiducia nelle istituzioni governative per quanto riguarda la regolamentazione e la protezione dei cittadini dalle fake news .
In sintesi, entrambi i rapporti indicano una crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali e nei media, con una crescente necessità di trasparenza, comunicazione efficace e gestione delle innovazioni per ristabilire la fiducia della popolazione .
Trust can be considered an intangible or immaterial capital asset for a company, as it represents the confidence and reliability that stakeholders place in the organization. Some key aspects of trust as an immaterial capital asset include:
Reputation and Brand Value
A company’s reputation and brand value are heavily influenced by the level of trust it has built with customers, partners, and the public.[1][4] High trust translates to stronger brand equity and goodwill, which are valuable intangible assets.
Customer Loyalty
Customers are more likely to remain loyal and continue doing business with a company they trust.[4] This customer loyalty is an immaterial asset that provides a competitive advantage and ensures future revenue streams.
Stakeholder Confidence
Trust from investors, lenders, suppliers, and other stakeholders allows a company to raise capital, secure favorable terms, and maintain beneficial relationships.[1][4] This stakeholder confidence is an invaluable immaterial asset.
Employee Engagement
Employees tend to be more engaged, productive, and committed when they trust the company’s leadership and values.[3] This engaged workforce is an intangible asset that drives performance.
Operational Efficiency
High levels of internal trust within an organization can lead to smoother operations, better communication, and reduced bureaucracy, resulting in improved efficiency.[1][3]
Resilience in Crises
Companies with established trust are more likely to weather crises and scandals with their reputation intact, protecting the value of their intangible assets.[4]
While difficult to quantify precisely, the trust a company has built over time is undoubtedly an immaterial capital asset that contributes significantly to its overall value, competitive position, and long-term success.[1][3][4]
The article titled “Is the Shifting Media Landscape Changing How Consumers Are Being Influenced?” explores the impact of the evolving media landscape on consumer behavior. It discusses how traditional media channels, such as television and print, are being challenged by digital platforms and social media. The article highlights that these changes have led to a shift in how consumers are influenced in their purchasing decisions.
The author emphasizes that consumers are now exposed to a vast amount of information and have access to multiple sources, which has made them more discerning and skeptical. They are no longer solely reliant on traditional advertising and are actively seeking out recommendations and reviews from peers and influencers. This shift has given rise to influencer marketing, where individuals with large online followings promote products and services to their audiences.
The article also discusses the importance of authenticity and transparency in influencer marketing. Consumers are more likely to trust influencers who are genuine and provide honest opinions. Additionally, the article highlights the need for brands to carefully select influencers who align with their values and target audience.
Furthermore, the article touches on the role of user-generated content and the power of online communities in influencing consumer behavior. Consumers are increasingly relying on reviews and recommendations from fellow consumers, which can significantly impact their purchasing decisions.
In conclusion, the article suggests that the shifting media landscape has changed how consumers are influenced. Traditional advertising methods are being supplemented by digital platforms, social media, and influencer marketing. Consumers now have access to more information and are actively seeking out authentic and transparent recommendations from peers and influencers.
L’EQUIVOCO DELLA “NARRAZIONE” IL SENSO STRAVOLTO DI UNA PAROLA (Domani pagina 14)
Circa venti anni fa sull’inglese “narrative” abbiamo calcato “narrazione”. Questo vocabolo ovviamente lo avevamo già, e indicava l’azione del narrare una storia. Potremmo addirittura individuare l’anno in cui questo passaggio è avvenuto: era il 2009 e Obama correva per le presidenziali. Il mondo parlava di lui, un candidato giovane, nato alle Hawaii da madre bianca e padre keniota , che voleva dare un’altra narrative dell’America, proponendone una “visione” diversa. Il suo linguaggio, come la sua presenza e la sua vivacità culturale, era di grande impatto, mescolava reminiscenze personali e analisi psicologiche calandole al meglio nel momento storico che gli si apriva davanti. In inglese “narrative” esprime proprio la “soggettiva versione dei fatti”, l’“interpretazione” mentre in italiano, nel senso comune, “narrazione” era soltanto la fiction. Pertanto, in questa inedita accezione della parola, il racconto oggettivo, la testimonianza, la relazione dell’accaduto perdono importanza a scapito della soia prospettiva personale. La conseguenza più immediata è che l’ambito letterario ha perso l’esclusività di un termine che indicava soltanto l’atto di creare una storia. Il senso originario resta ovviamente valido, ma l’uso generale di “narrazione” non riguarda più soltanto la letteratura o la scrittura. Il nuovo significato si è imposto e diffuso, oltre che in politica, anche nell’informazione. Se si scorrono le occorrenze di “narrative” nella comunicazione anglosassone emerge chiaramente che il vocabolo delinea una rappresentazione della realtà al fine di sostenere un punto di vista o una tesi. E lo stesso è poi valso per i giornali e le interviste televisive di casa nostra.
Dice Dargen D’Amico a Sanremo: “Ho fatto tante cazzate nella mia vita, ho commesso molti peccati, anche gravi, ma non ho mai pensato di avvicinarmi alla politica”
E avrebbe poi aggiunto “Ero semplicemente guidato dall’amore e dalla sensazione che siano sempre più le cose che abbiamo in comune”
Come nota Marco Leardi – su il Giornale – il cantante probabilmente intendeva esplicitare il fatto di non riconoscersi in un partito o in uno schieramento politico.
È un equivoco – quello che tende a confondere la politica con i partiti – molto dannoso e pericoloso, ma ormai diffusissimo tra le generazioni più giovani (e non solo) ormai da qualche anno.
Sappiamo che una parte della popolazione vede negativamente i partiti e i loro rappresentanti. È una fetta rilevante della popolazione italiana: non riesce proprio a farseli piacere e vediamo confermata questa tendenza nel costante numero di astenuti alle elezioni politiche. Legittima tendenza e legittimo pensiero.
Tuttavia non sono le elezioni, i partiti e gli schieramenti politici ad esaurire l’attività politica: sono tanti i soggetti non-partitici ad occuparsi della res publica e sono tanti anche coloro che possono dibattere e arricchire il dibattito pubblico sulla res publica, senza per forza schiacciarsi su posizioni ideologiche precostituite in uno schieramento politico. Questa fuga dall’ identificarsi in un oartito credo abbia la sue origini nel post-tangentopoli ed ha sicuramente spinto la mia generazione ad occuparsi poco di politica in senso tradizionale, ma a farlo sotto altre forme: volontariato e terzo settore, movimenti ecologisti, think tank. Oggi però, essendosi sedimentato questo disprezzo per i partiti, ma non essendoci una piena consapevolezza di quanto fare politica sia necessario e anche nobile, vediamo persone con forti valori e convinzioni (ecologiste e femministe in primis) che non riescono a incanalare i desideri individuali in uno sforzo collettivo.
Anzi lo rifuggono… dicendo appunto che non farebbero mai politica o che non vogliono essere politici.
L’anestetizzazione e l’annacquamento social trasformano le aspirazioni e le frustrazioni giovanili in rappresentazioni virtualizzate fini a se stesse, che possono al massimo produrre hate speech, qualche hastag e solitarissime bolle social.
Penso che oggi, ancor più di ieri, la Politica – nel senso più nobile ed estensivo – vada rilanciata, per far sì che tornino ad occuparsene (anche) i migliori.
Peraltro andrebbe quasi rispiegata e riempita di quei valori che ha perso. Ed è un compito troppo importante per lasciarlo ai ‘politici’.
Leggi le anticipazioni sui social e ti chiedi perché il giornalismo investigativo in Italia debba trattare le cose in maniera così superficiale.
Leggi l’articolo fatto uscire sul giornale amico per creare il caso e lanciare la trasmissione; allora ti chiedi come mai non ti abbiano contattato per una conferma, una smentita o un dato.
Leggi i giudizi già definitivi e chiaramente esplicitati nelle brevi righe di presentazione della trasmissione, che hanno l’unico obiettivo di creare hype e portare attenzione, su quella che è stata sicuramente una gloriosa trasmissione di giornalismo investigativo.
Leggi ragionamenti da bar che nessun esperto potrebbe fare, ma che possono essere costruiti montando abilmente un pezzo preso qui e un pezzo preso là.
Purtroppo leggi anche di numeri clamorosamente sbagliati e non sai se pensare se ciò venga fatto per malafede o per incapacità.
Leggi i commenti dei complottisti terrapiattisti e novax aizzati ed eccitati, pronti a lapidare pubblicamente le grandi ‘lobby’ e a confermare le loro strampalate idee.
Leggi tutto questo e ti convinci sempre più che abbia senso lavorare per promuovere comunicazione responsabile, corretta informazione medica e divulgazione della scienza. Nonostante tutto, nonostante la memoria corta, nonostante la superficialità, nonostante la strada sia decisamente in salita.
Un ascolto strutturato di tutta la società è sempre più urgente e necessario. Alcune domande aperte
Un paio di giorni fa, durante la colazione mattutina, mentre scrivevo sullo smartphone mia figlia mi ha detto: “Papà, vinceresti i Mondiali di Ascolto!”
Un pugno allo stomaco. Stava parlandomi da qualche minuto di cose sue e mi ero lasciato distrarre dal telefono, per poi cominciare a scrivere un’email che avrei tranquillamente potuto scrivere più tardi. Con tutte le prediche sull’ascolto organizzativo che faccio a destra e manca, mi sentivo rinfacciare da una bambina di 9 anni il fatto di non ascoltarla.
I trattori
I trattori in marcia per l’Europa sono riusciti a portare al primo posto dell’agenda pubblica, politica e mediatica, il tema dell’agricoltura. Non solo. Sono riusciti a fare cambiare indirizzo alla Commissione Europea, sembra che abbiano trovato l’appoggio (e l’ascolto) di quasi tutti i governi europei, stanno facendo dibattere di temi che più o meno l’opinione pubblica ignorava. Senza entrare nel merito della faccenda, notiamo che sono riusciti a farsi ascoltare.
I più deboli
“I più deboli non riescono a farsi ascoltare” mi diceva l’altro giorno Don Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco. “Nella società dei diritti, che innegabilmente sta migliorando le condizioni di vita di tanti gruppi, c’è però una fascia molto debole che non riesce a farsi ascoltare. Si tratta di tutti coloro che non riescono a reclamare un diritto perché non sono in grado di bloccare le strade, non riescono a fermare i flussi di traffico materiale o immateriale, di tutti quelli che non hanno la voce per farsi sentire: i più giovani, le persone sole, gli anziani, i disabili gravi, le persone fragili, ma anche l’ampia fetta di casalinghe e di quelle categorie meno tutelate (come gli operatori sanitari che non possono interrompere le cure o i servizi).” Don Vinicio ha ragione. Possiamo ascoltare solo chi è in grado di far sentire la propria voce perché ha modo di imporsi, come gli agricoltori con i trattori o i tassisti che bloccano la città? O dobbiamo cercare di ascoltare le voci di tutta la società?
Il Débat public
Credo sia un tema importante proprio per i comunicatori e per le relazioni pubbliche. Se riuscissimo a costruire strumenti strutturati di ascolto e di conversazione pubblica, non potremmo migliorare decisamente il livello del dibattito pubblico e renderlo più utile ed efficace? Non sarebbe utile istituire processi più strutturati per permettere alle opinioni pubbliche di discutere pubblicamente i grandi progetti, gli investimenti pubblici, le leggi che dovranno regolamentare la nostra comunità e disegnare il nostro futuro? E in questo caso non saremo anche capaci di ascoltare le fasce più deboli e senza voce? Qualche anno fa si annunciò che l’introduzione anche in Italia del processo di débat public per le grandi opere pubbliche.
Ma è stato introdotto? A che punto è?
Se sì, quale è il ruolo dei comunicatori?
Dovremmo prevederlo anche per grandi temi che riguardano il Paese, come ad esempio la gestione di una popolazione sempre più anziana e sempre meno autosufficiente?
In un contesto calo drammatico della fiducia nei confronti delle istituzioni, di permacrisi globale e di complessità crescenti, è evidente che un ascolto strutturato di tutta la società sia sempre più urgente e necessario. Da professionisti della comunicazione e dell’ascolto poniamoci queste domande al più presto e – se vi va – cerchiamo di dare qualche risposta concreta.
Alla Fondazione Magnani-Rocca la più grande mostra italiana su una delle più iconiche figure del design e della comunicazione visiva del XX secolo – BRUNO MUNARI – realizzata dopo le memorabili esposizioni della Rotonda della Besana (2007) a Milano, e dell’Ara Pacis (2008) a Roma…
dal 16 marzo al 30 giugno 2024 viene così celebrato uno dei più grandi geni creativi del Novecento, l’ ‘inventore’ Bruno Munari(Milano 1907-1998),definito da Pierre Restany il Leonardo e il Peter Pan del design italiano.
Nella mostra sono concentrati settant’anni di idee e di lavori – Munari aveva iniziato la propria attività durante il cosiddetto Secondo Futurismo, attorno al 1927 – in tutti campi della creatività, dall’arte al design, dalla grafica alla pedagogia: proprio per la difficoltà di dirimere chiaramente i territori linguistici da lui affrontati nel corso del tempo, la rassegna non sarà suddivisa per tipologie o per cronologia, ma per attitudini e concetti, in modo da poter mostrare i collegamenti e le relazioni progettuali tra oggetti anche apparentemente molto diversi l’uno dall’altro.
Grafica, oggetti, opere d’arte, TUTTO risponde a un metodo progettuale che si va precisando con gli anni, con i grandi corsi nelle università americane e con il progetto più ambizioso, che è quello dei laboratori per stimolare la creatività infantile, che dal 1977 sono tuttora all’avanguardia nella didattica dell’età prescolare e della prima età scolare.
Il lavoro di Munari negli ultimi anni è stato oggetto di una rinnovata attenzione, finalmente anche in campo internazionale, dopo i riconoscimenti ottenuti in vita, soprattutto in Paesi quali il Giappone, gli Stati Uniti, la Francia, la Svizzera e la Germania, oltre naturalmente all’Italia.
“Munari – spiega Marco Meneguzzo insigne studioso munariano e curatore della mostra – è una figura molto attuale nella società liquida odierna, nella quale non ci sono limiti fra territori espressivi. È un esempio di flessibilità, di capacità di adattamento dell’uomo all’ambiente. Il suo metodo consiste nello scoprire il limite delle cose che ci circondano e di volerlo ogni volta superare”.
Oggi/ieri anche Pigna ha scaricato Ferragni, dopo altri brand nelle settimane scorse, generando ondate di hate speech.
Senza entrare nel merito di questo o quel rapporto, il fenomeno cui stiamo assistendo è molto inquietante e – ahinoi – sociologicamente stimolante.
Personalmente mi sto sempre più convincendo che questa ondata anti-Ferragni sia frutto di un mix esplosivo che ci dice molto della nostra epoca: dall’immaturità del mondo social alla scarsa alfabetizzazione mediatica delle audience, dalla mancanza di responsabilità degli influencer al vissuto emozionale che ognuno di noi ha rispetto alla vita da social.
Un mix che coinvolge tutti (e non per questo assolve chi ha sbagliato o truffato) e che ci deve far riflettere sugli effetti di realtà e sulla realtà che le piattaforme social hanno creato. In particolare sull’aspetto relativo alle emozione e alle sensazioni che i social producono. Ad esempio non si può non. spiegare tanto hate speech nei confronti di chi prima veniva adorato, se non con tanta frustrazione maturata negli anni.
In generale attaccare sui social chi ha successo (lo verifico quotidianamente nei confronti di Pfizer) diventa un modo per punire simbolicamente il ‘capro espiatorio’ 2.0.
Facciamo attenzione perché siamo tutti ancora abbastanza inesperti e abbiamo visto i danni che può provocare ai più indifesi e meno preparati. Riflettiamoci sopra e prendiamo misure sia per alfabetizzare gli utenti sia per limitare fenomeni di hate di questo tipo.
È un sintomo di malessere sociale, piuttosto grave, che dovremmo indagare di più.