La copertina dell’Economist si intitola The relationship recession... leggo che c’era anche un libro intitolato The Relationship Recession: The Path to Building Meaningful Connections in a Disconnected World. Non è un caso. Il taglio è sulle coppie e sulla famiglia con la crescita esponenziale di single.
Ma in realtà il tema riguarda in maniera più ampia tutte le relazioni e il carburante che le fa funzionare: la fiducia.
La fiducia nelle persone, nella società, nelle istituzioni e nelle organizzazioni.
Tutte le volte che visito una mostra d’arte, in particolare quelli di pittura e scultura, rimango sempre un po’ deluso dagli apparati paratestuali, a partire dai testi delle didascalie spesso scritte in piccolo, la cartellonistica, il percorso di visita delle mostre, la mancanza di apparati che possono sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie come QR code, realtà aumentata, intelligenza artificiale, eccetera eccetera. Nell’ultimo mese mi è capitato di visitare sia gli Uffizi sia una mostra dedicata a de Chirico ed in entrambi i casi non ho trovato nulla a supporto della visita, che potesse essere definito tecnologicamente avanzato. Addirittura l’audioguida degli Uffizi sembra un audioguida di trent’anni fa – che ovviamente si paga.
Si tratta di un’occasione persa da parte dei musei e delle mostre d’arte:
oltre a non offrire un contenuto e una fruizione arricchita a visitatori della mia generazione e più anziani, che probabilmente percepiscono ancora questi servizi come un nice-to-have, io credo che i soggetti che non offrono un’esperienza tecnologica a fianco della normale fruizione, stanno già lasciando per strada una fetta di pubblico importante come quella delle generazioni più giovani, che danno per scontato l’utilizzo dei device per arricchire la propria esperienza e la propria fruizione dell’arte. Vivere di sola rendita (come nel caso degli Uffizi) rischia di essere pagato in maniera pesante in un futuro non troppo lontano. Non basta fare un po’ di influencer marketing per attrarre nuovi pubblici e soprattutto fidelizzarli.
Fonti inattendibili, bufale, fake news: la cattiva informazione è un virus. Quando riguardano la salute, le notizie false o distorte non si limitano a ingannare – mettono a rischio la vita di tutti i cittadini. Come contrastare una deriva così pericolosa? La possibile risposta arriva dai ‘trusted flagger’, figure speciali accreditate dall’Unione Europea per facilitare la rimozione dei contenuti illegali online. Questi segnalatori esperti e qualificati potrebbero rivelarsi efficaci anche in ambito health. In particolare, società scientifiche ed enti istituzionali della salute possono diventare attori chiave del nuovo sistema, fornendo alle piattaforme digitali un presidio autorevole, competente e tempestivo contro la disinformazione.
Il recente editoriale pubblicato su Lancet con il titolo Health in the age of disinformation1ha sollecitato un ampio dibattito nel mondo e anche in Italia, affermando che la disinformazione in ambito medico-scientifico ha impatti negativi sulla salute pubblica.
«La disinformazione e la misinformazione non possono più essere considerate semplicemente un fastidio accademico, ma piuttosto una minaccia per la società. Solo se riconosciamo questa minaccia e agiamo in modo proporzionato possiamo rispondere al pericolo e combattere la marea di disinformazione e misinformazione che ha il potenziale di minare seriamente la salute pubblica», si legge nell’articolo di AboutPharma dal titoloFake news: un fenomeno in crescita, ma che si può contrastare (anche in ambito scientifico).
I trusted flagger per contrastare le informazioni illegali
Il Digital Services Act (DSA) ha introdotto da circa un anno i cosiddetti trusted flagger (i segnalatori attendibili), ovvero soggetti qualificati che segnalano contenuti illegali alle piattaforme online con una corsia preferenziale per la loro rimozione.
La qualifica “segnalatore attendibile” si riferisce a un individuo o entità che si ritiene abbia esperienza nella attività di segnalazione. Le piattaforme online e in generale gli intermediari dei servizi internet hanno coinvolto molti di questi segnalatori attendibili per contrastare l’incitamento all’odio e i contenuti lesivi sulle loro piattaforme, dando priorità alle loro notifiche rispetto alle segnalazioni degli altri utenti.
L’Unione Europea istituzionalizza il ruolo con i “segnalatori di fiducia” per rafforzare la moderazione online, e affida alle authority nazionali il compito di designare i trusted flagger. In Italia la designazione è in capo ad Agcom, che analizza le candidature e nomina gli enti. Negli Stati Uniti, invece, l’approccio è differente: proprio a inizio 2025 Mark Zuckerberg ha annunciato ufficialmente la fine della collaborazione con i fact-checker su Facebook e Instagram, rimpiazzandoli con le “note di comunità” in stile X/Twitter.
Zuckerberg ha giustificato la svolta definendo i fact-checker «troppo politicizzati» e sostenendo la necessità di dare più spazio alla libertà di espressione, pur ammettendo il rischio di maggiore disinformazione. Meta per ora limita questa novità agli Stati Uniti: tuttavia molti la considerano un passo indietro nella lotta alla circolazione di notizie false.
Come suggerisce su FerpiLorenzo Canu, ricercatore laureando presso l’Università di Amsterdam, che sta svolgendo una tesi proprio sul tema: «L’approccio di Meta e quello europeo incarnano due modelli molto diversi di governance dei contenuti. Quello statunitense affida il controllo alla comunità degli utenti, riducendo al minimo l’intervento della piattaforma in nome di una libertà di espressione quasi illimitata; quello europeo, definito dal DSA, enfatizza invece la responsabilità condivisa, con obblighi per le piattaforme e la collaborazione di enti qualificati (come i trusted flagger) per rimuovere attivamente i contenuti illegali o falsi. Questi approcci rispecchiano filosofie distanti, espressione di visioni culturali differenti sul ruolo della tecnologia e dei regolatori nel tutelare il dibattito pubblico».
La situazione attuale in Italia
La prima designazione di trusted flagger è stata assegnata in Italia ad Argo Business Solutions, un’azienda specializzata in servizi di sicurezza digitale, riconosciuta per la sua competenza nella lotta contro le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale e le frodi online, seguito poi da un altro soggetto con simili competenze, Barzanò & Zanardo S.p.A. Altri enti sono in fase di accreditamento: per potersi candidare è necessario compilare un modulo che è pubblicato sulla pagina dedicata del sito di Agcom e sottoporsi alle verifiche dell’Autorità.
Trusted flagger al servizio della salute pubblica? Una proposta
La proposta che ci sentiamo di lanciare riguarda il coinvolgimento di soggetti credibili e competenti per contrastare la diffusione di contenuti falsi e lesivi in ambito medico-scientifico.
Per impedire la diffusione di contenuti palesemente falsi e oggettivamente dannosi in ambito salute, avrebbe senso che tra i trusted flagger potessero essere protagonisti soggetti quali le Società scientifiche da un lato e gli enti istituzionali di ambito sanitario dall’altro.
La diretta partecipazione di soggetti competenti e riconosciuti potrebbe offrire una fonte autorevole nel contrasto alla disinformazione e alle fake news in ambito sanitario.
Il coinvolgimento di fact-checker e debunker
Un coinvolgimento di questo tipo integrerebbe la preziosa attività già svolta da fact-checker e debunkerin un alveo istituzionale, come quello disegnato dal DSA, con un peso oggettivamente rilevante, un ruolo riconosciuto dalla comunità medico-scientifica e giornalistica, peraltro scollegato da interessi di parte.
Non c’è dubbio, infatti, che le società scientifiche e/o gli enti istituzionali della sanità, oltre ad avere la credibilità e l’autorevolezza necessarie, detengano le conoscenze e le capacità adeguate a smascherare la disinformazione nelle varie aree terapeutiche.
Si tratterebbe certamente di una presa in carico impegnativa e da non sottovalutare in termini di risorse da impiegare, ma che potrebbe indirettamente evitare impatti dannosi sulla cittadinanza con un evidente beneficio di salute pubblica ed un ritorno rilevante in termini economici e sociali.
Sono ancora tante le pseudo-cure e altre informazioni false che, una volta messe in circolazione e riprese dai media, purtroppo colpiscono la salute delle persone più fragili socialmente, culturalmente e, spesso, psicologicamente.
Trusted flagger credibili in ambito salute potrebbero garantire una fonte autorevole e referenziata ai produttori dell’informazione e alle piattaforme digitali.
1The Lancet, Volume 405, Issue 10474, January 18, 2025
Scritto e firmato da
Barbara Capaccetti, Vice-President Medical Affairs Pfizer Italia Biagio Oppi, Director External Communications Pfizer Italia
Ecco una delle più belle campagne di relazioni pubbliche e comunicazione del 2024
The Misheard Version, realizzata da Golin UK per Specsavers
Specsavers’ innovative audiology campaign, featuring a reimagined rendition of Rick Astley’s classic hit, has taken a bold step forward in raising awareness about hearing loss. Building on the success of their Misheard Version released in late 2023, wherein Astley playfully sang intentionally incorrect lyrics, the eyewear company has now expanded its reach with a disruptive radio advertisement.
In this latest iteration, listeners are treated to what appears to be the familiar melody of “Never Gonna Give You Up.” However, astute ears will notice the subtle alterations: instead of the original lyrics, Astley croons amusingly misheard phrases like “Never gonna run around with dessert spoons” and “you wouldn’t catch nits from any other guy.” The intention behind this clever twist is to prompt introspection among the audience about their own hearing abilities.
The 60-second radio spot cleverly incorporates actor Rob Brydon, who breaks the illusion by questioning the accuracy of the lyrics. His interjection serves as a gentle nudge for listeners to consider booking a free hearing test at Specsavers, as mishearing lyrics can often signify an underlying hearing impairment.
This campaign, spearheaded by Golin and supported by media planning from Specsavers and Manning Gottlieb OMD, aims not only to entertain but also to encourage proactive measures toward better hearing health. With its initial success in generating social buzz and increased hearing test bookings, the campaign now extends its reach across commercial radio networks in the UK, promising to surprise and engage the public further.
AWARDS Cannes Lions 2024
Audio & Radio Grand Prix
PR Grand Prix
Gold and Silver in Audio & Radio
Silver in Health & Wellness
Silver in PR
CREDITS Brand: Specsavers. Head of Brand: Lisa Hale. Creative Agency: Golin, London. Executive Creative Director: Alex Wood. Social Medi Agency: Tangerine. Media Agencies: Manning Gottlieb OMD and Bauer Media.
È di recente uscito su Lancet (Volume 405, Issue 10474, January 18, 2025) come editoriale il pezzo Health in the age of disinformation che, insieme al recente annuncio di Facebook sulla chiusura del fact checking, ha contribuito a generare una qualche forma di dibattito anche sui media nostrani. Non ancora abbastanza, tuttavia, rispetto ad alcuni temi fondamentali per la comunicazione, le relazioni pubbliche e l’informazione.
[immagine da Valigiablu]
TEMI EMERGENTI Ne scorgo almeno tre che si intersecano e che dovrebbero interessarci come comunicatori e professionisti di relazioni pubbliche:
il primo è la sfida epocale del disordine informativo che sta investendo l’intero globo e che minaccia le democrazie e la fiducia in esse; il secondo è lo stra-potere sull’accesso all’informazione esercitato dalle grandi piattaforme digitali, social network, messaggistica, ricerca online e IA generativa; il terzo è la reciproca influenza tra nuovo corso americano, economia e piattaforme digitali, che crea un evidente rischio di corto circuito tra advocacy-lobby, consenso elettorale e decisioni politiche.
Mentre chiederei ad altri colleghi di intervenire sul secondo e terzo tema, provo a offrire un piccolo contributo sul primo, il disordine informativo, che ha direttamente a che fare con la nostra ambizione di fare comunicazione responsabile, in particolare nell’ambito della salute pubblica.
DISORDINE INFORMATIVO Come già riconosciuto il disordine informativo può essere suddiviso in tre grandi aree (cfr. Valigia Blu):
disinformation (disinformazione)
misinformation (misinformazione)
malinformation (mal-informazione)
La disinformazione consiste nella creazione di contenuti intenzionalmente falsi con l’obiettivo di causare un danno a una persona, a un gruppo o a una causa sociale. Può essere motivata da vari fattori: per guadagnare soldi, per creare pressione politica (nel proprio paese o all’estero) oppure semplicemente per il gusto di causare problemi e generare confusione.
Quando la disinformazione viene diffusa sui social network spesso può convertirsi in ‘misinformation’: si realizza quindi nei casi in cui il contenuto disinformativo viene condiviso da una persona che non è consapevole che esso sia falso o ingannevole.
Infine abbiamo la malinformation più complessa da tradurre in italiano, ma che può esser ricondotta a un’informazione vera condivisa con l’obiettivo di causare un danno (Valigia Blu fa l’esempio dell’hackeraggio email di Hillary Clinton per danneggiarne la reputazione in campagna elettorale).
LA SALUTE PUBBLICA A RISCHIO L’editoriale di Lancet afferma che “Le informazioni errate sulla salute (dati falsi o fuorvianti condivisi involontariamente) e la disinformazione (informazioni deliberatamente ingannevoli) non sono nuove, ma la pandemia di COVID-19 ha segnato un punto di svolta. Il senso di ansia e urgenza, unito all’aumento dell’uso dei social media e alle interpretazioni politicamente cariche della pandemia, ha favorito la diffusione di una serie di affermazioni fuorvianti sul virus e sulle contromisure mediche.”
Già da prima il fenomeno aveva coinvolto l’ambito della salute, che rimane uno dei più rilevanti perché colpisce direttamente le persone nel bene primario e di conseguenza anche la fiducia che la cittadinanza ha nei confronti delle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Non è un caso che le campagne di disinformazione provengano da Paesi e da gruppi di interesse che vogliono minare la fiducia nei sistemi democratici. Cito da Lancet: “Le informazioni errate sulla salute sono state usate come propaganda, sfruttando la paura, minando la fiducia pubblica e ostacolando l’azione collettiva nei momenti critici. Oggi, i contenuti fuorvianti sui social media permeano le informazioni sulla prevenzione e il trattamento del cancro; possono portare i pazienti ad abbandonare trattamenti basati sull’evidenza a favore di alternative sostenute dagli influencer; sminuiscono la gravità delle condizioni di salute mentale; e promuovono integratori non regolamentati che affermano di funzionare per tutto, dalla perdita di peso alla reversibilità dell’invecchiamento. La disinformazione è diventata uno strumento deliberato per attaccare e screditare scienziati e professionisti della salute per guadagni politici. Gli effetti sono distruttivi e dannosi per la salute pubblica.”
Pfizer ha lanciato in Italia il progetto A DIRE IL VERO proprio per contrastare gli effetti dannosi del disordine informativo in ambito salute e chi vuole può approfondirlo qui https://www.pfizer.it/iniziative/a-dire-il-vero.
Il progetto si focalizza sul pre-bunking, ossia l’educazione degli stakeholder ad una media literacy in ambito salute per prevenire la diffusione di fake news.
IL RUOLO CHIAVE DEI FACT CHEKERS E DEI DEBUNKERS Sono profondamente convinto che l’unico argine agli effetti devastanti di questo fenomeno globale sia una maggior consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche su come funzionano i media, quali siano le fonti affidabili, come si possano individuare fake news e simili.
Quindi un’educazione a monte non solo per i fruitori dell’informazione ma anche per gli operatori dell’informazione. Penso in particolare ai comunicatori di salute e ai giornalisti di cronaca delle testate di provincia. I primi che come comunicatori del sistema salute hanno un’enorme responsabilità e sono produttori di grandi volumi di informazione su temi non semplici; i secondi (i giornalisti delle testate locali) che spesso debbono trattare argomenti di ogni tipo e quando si trovano davanti a temi medico-scientifici hanno legittimi problemi nell’interpretare materie oggettivamente molto complesse e attaccate da disinformatori professionisti. Lo stesso può dirsi anche per altre materie come il cambiamento climatico e i disastri naturali, l’economia e la geopolitica.
È qui che il ruolo di fact checkers e debunkers diventa fondamentale. Non tanto nell’offrire informazioni per l’opinione pubblica e le grandi masse di lettori, quanto per il ruolo di intermediari e fonti secondarie per i comunicatori, gli opinion leader e i giornalisti. Il ruolo prezioso di fact checkers e debunkers consiste proprio nell’offrire agli operatori dell’informazione e della comunicazione un filtro piuttosto affidabile, semplice e veloce da fruire a coloro che producono informazione.
L’opinione di Lancet è che: “La disinformazione e la misinformazione non possono più essere considerate semplicemente un fastidio accademico, ma piuttosto una minaccia per la società. Solo se riconosciamo questa minaccia e agiamo in modo proporzionato possiamo rispondere al pericolo e combattere la marea di disinformazione e misinformazione che ha il potenziale di minare seriamente la salute pubblica”.
Probabilmente Italia ed Europa già oggi e nel prossimo futuro potranno giocare un ruolo costruttivo e propositivo, se riusciranno a non appiattirsi e a mantenere un approccio responsabile alla comunicazione e all’informazione.
Questo post lo rubo integralmente ad Anne Gregory [🙏🙏🙏]:
Due letture questa settimana sono state davvero utili. “Augmenting Public Relations” di David Phillips è un libro abbastanza breve e di facile lettura su come le tecnologie utilizzate nelle PR vengono potenziate dall’intelligenza artificiale. Copre la gamma che va dalla descrizione di cosa sia l’intelligenza artificiale e di come funziona fino al modo in cui si sta sviluppando il suo ecosistema. Continua trattando gli strumenti di intelligenza artificiale e il modo in cui stanno trasformando le pratiche di pubbliche relazioni in aree quali il monitoraggio dei media, la previsione delle crisi, la creazione di contenuti di tutti i tipi e la modellazione delle parti interessate. David ci offre uno sguardo al futuro immediato con le innovazioni cerebrali e informatiche e lo sviluppo di Super App. Grande domanda: cosa succede quando tutte queste cose si collegano? Quindi anche l’etica ha un ruolo importante.
David confessa di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per aiutare a scrivere il libro, altrimenti sarebbe stato obsoleto prima della pubblicazione, ma rimane senza dubbio “David”. Ha uno stile eccentrico e contorto che trovo molto leggibile. Un’ottima introduzione all’intelligenza artificiale e al suo impatto sulle pubbliche relazioni. Altro da lui su
La seconda lettura è stata molto diversa. Nella nuova edizione del Journal of Dialogue Studies è uscito un numero speciale dal titolo “Le possibilità e i limiti del dialogo in un mondo di populismi politici”. Coprendo una serie di argomenti, dall’uso del linguaggio della guerra da parte di Donal Trump nella sua campagna politica, all’uso della nostalgia nazionale nel populismo, ai populismi e alla religione. L’ho trovata una lettura affascinante, e non solo perché ero uno degli editori!
Tanti stimoli per la comunicazione responsabile sono generati dal recente dibattito sullo strapotere delle grandi piattaforme digitali, le opinioni su fact checking, disinformazione e misinformazione.
È di recente uscito su Lancet (Volume 405, Issue 10474, January 18, 2025) come editoriale il pezzo Health in the age of disinformation che, insieme al recente annuncio di Facebook sulla chiusura del fact checking, ha contribuito a generare una qualche forma di dibattito anche sui media nostrani. Non ancora abbastanza, tuttavia, rispetto ad alcuni temi fondamentali per la comunicazione, le relazioni pubbliche e l’informazione.
TEMI EMERGENTI
Ne scorgo almeno tre che si intersecano e che dovrebbero interessarci come comunicatori e professionisti di relazioni pubbliche:
il primo è la sfida epocale del disordine informativo che sta investendo l’intero globo e che minaccia le democrazie e la fiducia in esse;
il secondo è lo stra-potere sull’accesso all’informazione esercitato dalle grandi piattaforme digitali, social network, messaggistica, ricerca online e IA generativa;
il terzo è la reciproca influenza tra nuovo corso americano, economia e piattaforme digitali, che crea un evidente rischio di corto circuito tra advocacy-lobby, consenso elettorale e decisioni politiche.
Mentre chiederei ad altri colleghi di intervenire sul secondo e terzo tema, provo a offrire un piccolo contributo sul primo, il disordine informativo, che ha direttamente a che fare con la nostra ambizione di fare comunicazione responsabile, in particolare nell’ambito della salute pubblica.
DISORDINE INFORMATIVO
Come già riconosciuto il disordine informativo può essere suddiviso in tre grandi aree (cfr. Valigia Blu):
disinformation (disinformazione)
misinformation (misinformazione)
malinformation (mal-informazione)
La disinformazione consiste nella creazione di contenuti intenzionalmente falsi con l’obiettivo di causare un danno a una persona, a un gruppo o a una causa sociale. Può essere motivata da vari fattori: per guadagnare soldi, per creare pressione politica (nel proprio paese o all’estero) oppure semplicemente per il gusto di causare problemi e generare confusione.
Quando la disinformazione viene diffusa sui social network spesso può convertirsi in ‘misinformation’: si realizza quindi nei casi in cui il contenuto disinformativo viene condiviso da una persona che non è consapevole che esso sia falso o ingannevole.
Infine abbiamo la malinformation più complessa da tradurre in italiano, ma che può esser ricondotta a un’informazione vera condivisa con l’obiettivo di causare un danno (Valigia Blu fa l’esempio dell’hackeraggio email di Hillary Clinton per danneggiarne la reputazione in campagna elettorale).
LA SALUTE PUBBLICA A RISCHIO
L’editoriale di Lancet afferma che “Le informazioni errate sulla salute (dati falsi o fuorvianti condivisi involontariamente) e la disinformazione (informazioni deliberatamente ingannevoli) non sono nuove, ma la pandemia di COVID-19 ha segnato un punto di svolta. Il senso di ansia e urgenza, unito all’aumento dell’uso dei social media e alle interpretazioni politicamente cariche della pandemia, ha favorito la diffusione di una serie di affermazioni fuorvianti sul virus e sulle contromisure mediche.”
Già da prima il fenomeno aveva coinvolto l’ambito della salute, che rimane uno dei più rilevanti perché colpisce direttamente le persone nel bene primario e di conseguenza anche la fiducia che la cittadinanza ha nei confronti delle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Non è un caso che le campagne di disinformazione provengano da Paesi e da gruppi di interesse che vogliono minare la fiducia nei sistemi democratici. Cito da Lancet: “Le informazioni errate sulla salute sono state usate come propaganda, sfruttando la paura, minando la fiducia pubblica e ostacolando l’azione collettiva nei momenti critici. Oggi, i contenuti fuorvianti sui social media permeano le informazioni sulla prevenzione e il trattamento del cancro; possono portare i pazienti ad abbandonare trattamenti basati sull’evidenza a favore di alternative sostenute dagli influencer; sminuiscono la gravità delle condizioni di salute mentale; e promuovono integratori non regolamentati che affermano di funzionare per tutto, dalla perdita di peso alla reversibilità dell’invecchiamento. La disinformazione è diventata uno strumento deliberato per attaccare e screditare scienziati e professionisti della salute per guadagni politici. Gli effetti sono distruttivi e dannosi per la salute pubblica.”
Pfizer ha lanciato in Italia il progetto A DIRE IL VERO proprio per contrastare gli effetti dannosi del disordine informativo in ambito salute e chi vuole può approfondirlo qui https://www.pfizer.it/iniziative/a-dire-il-vero.
Il progetto si focalizza sul pre-bunking, ossia l’educazione degli stakeholder ad una media literacy in ambito salute per prevenire la diffusione di fake news.
IL RUOLO CHIAVE DEI FACT CHEKERS E DEI DEBUNKERS
Sono profondamente convinto che l’unico argine agli effetti devastanti di questo fenomeno globale sia una maggior consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche su come funzionano i media, quali siano le fonti affidabili, come si possano individuare fake news e simili.
Quindi un’educazione a monte non solo per i fruitori dell’informazione ma anche per gli operatori dell’informazione. Penso in particolare ai comunicatori di salute e ai giornalisti di cronaca delle testate di provincia. I primi che come comunicatori del sistema salute hanno un’enorme responsabilità e sono produttori di grandi volumi di informazione su temi non semplici; i secondi (i giornalisti delle testate locali) che spesso debbono trattare argomenti di ogni tipo e quando si trovano davanti a temi medico-scientifici hanno legittimi problemi nell’interpretare materie oggettivamente molto complesse e attaccate da disinformatori professionisti. Lo stesso può dirsi anche per altre materie come il cambiamento climatico e i disastri naturali, l’economia e la geopolitica.
È qui che il ruolo di fact checkers e debunkers diventa fondamentale. Non tanto nell’offrire informazioni per l’opinione pubblica e le grandi masse di lettori, quanto per il ruolo di intermediari e fonti secondarie per i comunicatori, gli opinion leader e i giornalisti. Il ruolo prezioso di fact checkers e debunkers consiste proprio nell’offrire agli operatori dell’informazione e della comunicazione un filtro piuttosto affidabile, semplice e veloce da fruire a coloro che producono informazione.
E quindi per me il ruolo chiave del fact checking (in ambito salute) non sarà tanto quello di censurare le conversazioni online (dove, come afferma il professor Quattrociocchi sul Corriere, prevale la forma dell’intrattenimento e ci si chiude in echo-chambers), ma quello di fungere da fonti preziose per gli operatori che producono notizie e informazioni, come appunto giornalisti e comunicatori di salute.
L’opinione di Lancet è che: “La disinformazione e la misinformazione non possono più essere considerate semplicemente un fastidio accademico, ma piuttosto una minaccia per la società. Solo se riconosciamo questa minaccia e agiamo in modo proporzionato possiamo rispondere al pericolo e combattere la marea di disinformazione e misinformazione che ha il potenziale di minare seriamente la salute pubblica”.
Probabilmente Italia ed Europa già oggi e nel prossimo futuro potranno giocare un ruolo costruttivo e propositivo, se riusciranno a non appiattirsi e a mantenere un approccio responsabile alla comunicazione e all’informazione.