Una comunicazione responsabile alla guida del Paese? Yes, please!

Credo sia utile riflettere anche su temi di comunicazione rispetto al nuovo governo. Dopo anni di bolle, spin, hype, storytelling più o meno veritiero, che hanno contribuito a minare la fiducia nelle istituzioni, forse è arrivato il momento in cui finalmente vedremo da parte del governo una comunicazione misurata e trasparente, sobria e motivante, in una parola responsabile.

Lo stile del Primo Ministro incaricato è questo (sobrio e responsabile), o perlomeno è stato questo in tutti questi anni alla guida di BCE e Banca d’Italia. Credo che tutti i professionisti si aspettino plausibilmente che anche la comunicazione di Palazzo Chigi possa andare in questa direzione. Sobrietà e responsabilità.

Ciò non significa sminuire la funzione e l’impatto che la comunicazione ha nel costruire reputazione, alimentare fiducia e ingaggiare/motivare i propri stakeholder. Anzi. Basti pensare a quanto fondamentale sia stata proprio la comunicazione nel mandato dell’ex Presidente della BCE: esempio più chiaro del discorso del 26 luglio 2012 non c’è, passato alla storia per lo statement “whatever it takes”.

Spesso, anche tra noi professionisti, c’è la tendenza a scambiare abilità e singole trovate da spin doctor per capacità professionale. In realtà negli ultimi anni come spiega magistralmente Pomerantz nel saggio Questa non è propaganda (leggi intervista su Fanpage) il consenso si crea e si distrugge rapidamente proprio creando nuvole di fumo, pseudoverità e censura tramite il rumore. L’antidoto al caos informativo, secondo me, sta nella capacità dei leader di proporre un altro modo di comunicare e di ascoltare le comunità: una comunicazione responsabile.

“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough”

Mario Draghi, 26 luglio 2012 [leggi qui l’intero discorso]

Davanti a noi, accanto alla ricostruzione economica, c’è anche una ricostruzione simbolica e narrativa, che può contribuire a far recuperare fiducia nelle istituzioni. Ad essere sinceri le organizzazioni del profit e del non profit in questi anni hanno dimostrato da questo punto di vista una grande maturità; meno ne abbiamo vista quando si trattava di cercare consenso (a livello nazionale, regionale, locale) o di aumentare audience e vendere giornali.

Siamo passati dall’hate speech al reality show, passando per il tifo da stadio. Credo che oggi come comunicatori abbiamo il dovere di ricostruire i modi di relazionarsi della comunità nazionale, ancora dilaniata dall’incapacità di dialogare, di ascoltarsi e di comunicare. Spesso con gli studenti del mio corso di Comunicazione d’Impresa a Scienze della Comunicazione, mi trovo in imbarazzo perché ciò che racconto rispetto all’ascolto, alla responsabilità, alla deontologia, alla misurazione, alla costruzione della reputazione, alla stessa efficacia dei processi di relazioni pubbliche, viene esemplarmente disatteso dalla comunicazione politica e pubblica, che sono spesso quelle più evidenti e visibili.

I prossimi mesi – senza rinunciare a presentare punti divista differenti e critiche – possono rappresentare un’opportunità non solo per l’economia ma anche per una ecologia dell’informazione e della comunicazione pubblica e politica.

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