Coronavirus. La Caporetto della comunicazione pubblica?

Per riuscire a fermare le persone che non garantivano distanza sociale e in casa l’unico modo sono state le proibizioni e un’applicazione da stato di polizia.

Dimentichiamoci la Gentle Nudge, la spinta gentile, o le raffinate strategie di persuasione. Dimentichiamoci le campagne di comunicazione efficaci o il marketing sociale (o della salute).

Per frenare l’epidemia in Italia sono serviti i DPCM, le ordinanze, i blocchi stradali della polizia, l’esercito in piazza.

Ad una parte (forse minoritaria ma consistente) di italiani non bastavano le raccomandazioni, gli hashtag e le informazioni veicolate da TV/Stampa/social media. L’unico modo sono stati provvedimenti coercitivi. Punto.

La comunicazione pubblica oggi in Italia è servita a fare da contorno, a riempire notiziari e paginate di giornali, ma assai poco nel convincere le persone e nel modificare i comportamenti.

Attenzione: parliamo di un fallimento epocale – epic fail. Forse addirittura a livello globale. Quanti morti avremmo potuto evitare? Quanto stress abbiamo dovuto imporre sul sistema sanitario e sugli operatori, prime vittime dei comportamenti inopportuni?

Si dirà: per cambiare i comportamenti serve più tempo.

Si dirà: si tratta di un evento non conosciuto prima.

Si dirà: siamo un popolo latino, culturalmente diverso dai popoli anglosassoni.

Si dirà: si paga la stupidità di pochi.

L’unica affermazione che in questo momento mi sento di condividere è: i comportamenti della gente non sono guidati dalla ragione, ma principalmente dalle emozioni. Scontato, ma vero. Però mi chiedo perché non vengano allora applicate tecniche di persuasione un po’ più evolute. Perché abbiamo dovuto aspettare le immagini dei reparti di terapia intensiva trasmesse da alcuni programmi TV o gli appelli di medici/infermieri che hanno colpito il nostro inconscio?

Credo che la comunicazione pubblica, e più in generale tutta la comunità dei comunicatori, si debba interrogare sulla sua intrinseca in-efficacia e sulla ingenua presunzione di produrre risultati. Questa volta non li abbiamo visti.

Prendiamo questa worst case history, drammatica per come si sta sviluppando, per interrogarci se non abbia senso costruire un super dipartimento di comunicazione pubblica in grado di affrontare le crisi e le emergenze sanitarie che incontreremo nel futuro.

Dopo Caporetto, c’è Vittorio Veneto. Dopo il terremoto del Friuli è nata la Protezione Civile. Pensiamoci.

 

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